Un'scesa aiuta sempre

#MonteVelino

#EducazioneMarsicana

8 OTTOBRE 2023

Non ricordo bene quando scalai per la prima volta una montagna.

 

Di certo ricordo bene quando feci la mia prima camminata zaino in spalla. Un neo scout di 8-10 anni si apprestava a partire alla scoperta del mondo: meravigliosa libertà.

Seguirono tre ore di camminata sotto litri di pioggia, in cui di quel mondo non riuscivo neanche a scorgere il percorso, in un tête-à-tête coi miei piedi che continuavano a recepire vagonate di acqua, a fine serata entrata in ogni dove.

Oggi che di anni ne ho qualcuno in più, ho deciso di scalare una vetta da solo, senza il supporto delle chiacchiere amiche e senza il frastuono dei passi altrui.

Io e la Montagna, punto.

La Natura bramiva possente, il mio respiro coatto e mesto, il vento freddo a salire pian piano per rasentarmi la faccia su in cima.
Ho ripensato al diario di Paolo Cognetti ”Il ragazzo selvatico: quaderno di montagna”, in cui uno sfiduciato scrittore alla soglia dei trenta ricerca nella montagna un’ancora di salvezza. L’ho sempre trovato illuminante, così attinente a me, e oggi riflettevo che non ho mai ringraziato la persona che me lo regalò.
L’ho letto da più di 10 anni, ma mai una parola.

E il dislivello scorre:
1500 metri a salire
1500 a scendere.

Quanta fatica si compie nella relazione con l’altro, sento la valanga del “non detto” caricarsi sempre di più, pronta a travolgermi chissà quando.
La montagna invece sta lì, ai nostri occhi eterna e immota. I 3000 metri di dislivello pure; vanno sudati, per quanto a loro non interessi nulla. Forse mi rispecchio in quella montagna, inadatta a comunicare e fedele alle sue radici, come se in ogni sfida della vita l’unica certezza si guardasse allo specchio, e in quell’inesorabile osservarsi in continuo mutamento (più vecchi, più stanchi) ci si raddrizza e si tira su il mento.

Come la montagna a combattere l’erosione del tempo, per non scomparire.

Camminare in salita però porta più spesso a guardare la propria ombra, e nell’ombra non ci si da un tono, non s’imposta alcunché; l’ombra è paradossalmente l’immagine più onesta che possiamo avere di noi stessi. La schiena piegata dalla fatica, le mani morte, il sole che ci erode e contestualmente ci illumina.

E per quanto la luce sia necessaria per avere proiezione di sé, restare nell’ombra è sempre più cura per far si che quella stessa proiezione non ci fagociti, allontanandoci brutalmente da chi desideriamo essere, offendendo chi desideravamo diventare; stridendo, come unghie su uno specchio che iniziamo a odiare.

Che sia tale dualismo la chiave per esercitarsi col prossimo?

Vallo a capire, magari vaneggio per la fatica…nel frattempo cammino e compio l’ascesa.

Un’ascesa insegna sempre, un’ascesa aiuta sempre.